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attenti al falso "made in Italy"

Non è perseguibile solo chi produce e commercializza i prodotti taroccati, ma è passibile di sanzioni e multe anche chi li acquista. Ecco che cosa bisogna sapere

Una signora in spiaggia compera un borsello "griffato" da un venditore ambulante; subito dopo l'acquisto si vede appioppare una multa salata pari a mille euro. La sua colpa? E di avere acquistato mercé contraffatta, ovvero un prodotto non originale che millanta, però, un'origine rinomata. La legge è chiara su questo punto: per scoraggiare il fenomeno della contraffazione sono previste una serie di sanzioni per chi produce, per chi vende e anche per chi acquista mercé contraffatta. Sanzioni che, evidentemente, non sono sufficienti ad arginare un fenomeno in paurosa crescita anche nel nostro Paese. Per richiamare l'attenzione su questo problema il 7 luglio scorso è stata organizzata la prima giornata nazionale anticontraffazione durante la quale è stata distrutta mercé "taroccata", per ricordare come acquistare certi oggetti sia un reato, oltre che un danno per l'industria italiana. A BREVE MAGGIORE CHIAREZZA NELLE ETICHETTE Dal 1° ottobre si regolamenta l'uso delle diciture in etichetta del "Made in" per alcune categorie di prodotti commercializzati in Europa, al fine di favorire la loro tracciabilità. Questi i settori interessati: • i prodotti tessili, ovvero ogni tessuto, naturale, sintetico o artificiale, che costituisca parte del prodotto finito destinato all'abbigliamento, oppure all'utilizzazione quale accessorio o per l'arredo della casa; • i prodotti calzaturieri; • i prodotti di pelletteria. DUE TIPI DI DICITURE La legge distingue due diciture: 1 "Made in Italy": è sufficiente che l'ultima trasformazione sostanziale del prodotto sia avvenuta in Italia. Questa dicitura sta a indicare che il prodotto, magari realizzato interamente all'estero, ha una confezionatura italiana. 2 "100% Made in Italy" oppure "interamente realizzato in Italia", oppure "tutto italiano": possono fregiarsi di questo tipo di etichettatura solo quelle merci per le quali il disegno, la lavorazione e il confezionamento sono stati compiuti sul territorio italiano. Che cosa significa la scritta "macie in..." Che cosa significa la dicitura "Made in Italy" su un prodotto? E garanzia che effettivamente si tratta di mercé prodotta per intero in Italia? La questione non è semplice: la formula "Made in Italy" sta a indicare che quel prodotto è stato confezionato o assemblato in Italia. Non significa, però, che quella mercé sia stata prodotta nel nostro Paese o che la materia prima sia italiana, né esclude che per farla sia stato utilizzato un semilavorato proveniente da qualche Paese estero. Insomma, sta a indicare che la manifattura è sicuramente italiana, ossia che la fàbbrica che lo ha confezionato, inscatolato, rifinito e ultimato ha sede sul territorio italiano. Ma niente più. PIÙ COPIATI VESTITI E ALIMENTI Fiori all'occhiello del "Made in Italy" sono sicuramente la moda e l'abbigliamento, il tessile, le scarpe e le borse, i mobili e le suppellettili, tutte merci contraddistinte da un sapiente design tipicamente italiano che ne ha fatto la loro fortuna. Assai graditi, ma per una questione di qualità, gusto e bontà, sono anche i prodotti alimentari italiani, altra categoria di eccellenza del "Made in Italy". Il fatto è che tutte queste merci italiane sono diventate il bersaglio prediletto dell'industria della contraffazione, che cerca di proporre merci, all'apparenza simili all'originale italiano, ma non sempre, puntando su prezzi decisamente più abbordabili. A essere contraffatti sono principalmente due settori del "Made in Italy", ossia dell'italianità per eccellenza, quello alimentare e quello della moda, settori che da soli generano un business da 80 miliardi di euro all'anno. Più tutele, ma solo in alcuni scllori I prodotti appartenenti a questi settori possono riportare in etichetta la dicitura "Made in Italy" solo se sono realizzati in Italia almeno due fasi della lavorazione e se per quelle restanti può essere verificabile la tracciabilità. Nel settore tessile, per fasi di lavorazione si intendono: la filatura, la tessitura, la nobilitazione e la confezione compiute nel territorio italiano anche utilizzando fibre naturali, artificiali o sintetiche che sono state importate. I Nel settore della pelletteria, per fasi di lavorazione si intendono: la concia, il taglio, la preparazione, l'assemblaggio e la rifinitura compiuti nel territorio italiano anche utilizzando pellame grezzo di importazione. • Nel settore calzaturiero, per fasi di lavorazione si intendono: la concia, la lavorazione della tomaia, l'assemblaggio e la rifinitura compiuti nel territorio italiano anche utilizzando pellame grezzo di importazione. Si tratta di un uso più restrittivo del "made in" che va a tutelare dei settori che sono tra quelli maggiormente presi di mira dalla contraffazione. Il fenomeno è cresciuto negli ultimi anni L'Italia è il primo produttore europeo e il terzo a livello mondiale di merci contraffatte. E nel nostro Paese, nell'ultimo anno, ben il 10% degli italiani ha acquistato mercé contraffatta. • A essere colpito dalla contraffazione è per il 60% il settore abbigliamento e moda (calzature, pelletteria e tessile), che da solo genera il 50% del fatturato dell'industria del falso. Il fenomeno è in crescita, complice anche la crisi: nei primi mesi del 2009 sono stati sequestrati più del doppio di merci contraffatte rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente; quasi la metà dei sequestri ha riguardato il settore moda, dove la contraffazione ha fatto registrare un incremento del 60%. • I falsi sono commercializzati in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, mentre la produzione di merci contraffatte in Italia si concentra per quasi il 70% nelle regioni del Sud: in Campania prevalentemente per abbigliamento e beni di largo consumo, in Toscana, Lazio e Marche per la pelletteria. La produzione mondiale delle contraffazioni arriva, invece, per il 70% dal Sud-Est asiatico- Cina, Taiwan, Hong Kong, Corea, Thailandia. I DANNI SUL MERCATO Le conseguenze della contraffazione sono innumerevoli, sia per le aziende sia per i consumatori. Vediamole nel dettaglio. Per le aziende • Un danno di natura economica, in certi casi anche notevole per le mancate vendite • spese legali per tutelare il diritto di proprietà • perdita di immagine e di credibilità per il marchio • riduzione degli investimenti per la ricerca, l'innovazione e il marketing. Per i consumatori • Mancanza di norme a tutela della salute, soprattutto nel settore della pirateria alimentare • assenza di norme a tutela della sicurezza che rischiano di mettere in pericolo il consumatore. Le multe per chi vende e chi compra La contraffazione è un reato. Sono previste pene - multa e reclusione fino a 4 anni - sia per chi produce mercé contraffatta sia per chi la introduce sul territorio italiano per venderla. Con un decreto approvato lo scorso anno, proprio a tutela del made in Italy, sono state inasprite le multe per i contraffattori: si va dai 10 mila ai 250 mila euro. • La legge del nostro Paese prevede, però, anche multe per coloro che acquistano mercé contraffatta. E prevista, in questo caso, una multa che può andare da 100 euro a 7 mila euro e, in alcuni casi, l'acquirente, colto sul fatto, potrebbe essere punito addirittura con l'arresto. • Lo scopo di queste sanzioni a discapito degli acquirenti è quello di punire penalmente "chiunque, senza averne prima accertata la legittima provenienza, acquista o riceve a qualsiasi titolo cose, che per la loro qualità o per condizione di chi le offre o per l'entità del prezzo, si abbia motivo di sospettare che provengano da un reato". Il falso "alimentare" spopola all'estero L'alimentare è sicuramente uno dei settori del made in Italy più bersagliati dalla contraffazione. Coldiretti ha scovato oltre un centinaio di falsi alimentari d'autore. Del resto è stato appurato che all'estero ogni quattro prodotti alimentari di tipo italiano, ben tre sono falsi, o meglio, delle semplici imitazioni che non hanno nulla a che fare con l'Italia. Ma attenzione: i falsi alimentari sono presenti anche sul territorio italiano. • Molto spesso si tratta di evidenti falsi che possono trarre in inganno solo un consumatore straniero, per altro con una scarsa conoscenza dell'enogastronomia italiana. Altrimenti, non si riesce a capire come mai sugli scaffali dei supermercati possano essere spacciati per made in Italy prodotti che non hanno non solo il sapore, ma nemmeno l'aspetto degli originali italiani. • I Paesi dove è più facile imbattersi in prodotti alimentari made in Italy falsi sono da sempre Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda. Addirittura negli Usa solo il 2% dei formaggi italiani consumati sono effettivamente made in Italy; la quota restante, ben il 98%, è costituita da imitazioni e falsificazioni ottenute con latte americano. Negli ultimi anni il fenomeno si è diffuso prepotentemente anche in Cina, dove il falso made in Italy alimentare è arrivato ancora prima di quello originale: i consumatori cinesi, infatti, hanno iniziato a "conoscere" i prodotti alimentari italiani consumando dei falsi spacciati per originali. I PRODOTTI TIPICI SONO QUELLI MAGGIORMENTE CLONATI Secondo un'indagine di Coldiretti il volume di affari del falso made in Italy alimentare oltrepassa i 52 miliardi di euro, che equivale a circa la metà del fatturato del vero alimentare nazionale. Formaggi: sono tanti i formaggi che vengono venduti come tali senza alcun rispetto delle regole del disciplinare cui si devono attenere i produttori, come nel caso del Parmigiano, oppure incuranti del fatto che il formaggio abbia un aspetto completamente differente dall'originale italiano, come nel caso della Fontina danese o svedese oppure del Gorgonzola in vendita negli Usa o in Germania; oppure, ancora, dell'Asiago prodotto nel Wisconsin che somiglia a una specie di provolone e che, però, non ha proprio nulla a che fare con il vero Asiago Dop. Salumi: ci sono insaccati a base di carne di tacchino che vengono spacciati per la Mortadella di Bologna, salami che non hanno nulla del vero salame Toscano o della soppressala Calabrese. Pasta: tutti i formati di pasta vengono tranquillamente imitati negli Usa e poi spacciati per italiani. Vino: uno dei casi più eclatanti è un comune vino bianco che viene venduto come Barbera; c'è anche il Chianti che, invece, viene fatto in California. Condimenti: ci sono salse e conserve di pomodoro spacciate per italianissime ma prodotte con pomodori cresciuti al sole della California oppure sotto il sole cinese; ci sono pomodorj pelati San Marzano che sono prodotti negli Usa. II problema dell'Italian sounding All'estero è sempre più diffuso il fenomeno deH'"Italian sounding", ovvero della messa in commercio di prodotti contrassegnati da un mix di nomi e Ioghi che richiamano l'Italia. In pratica, all'estero non ci si limita solo alle riproduzioni più o meno fedeli di prodotti del made in Italy, ma si richiama l'attenzione dei consumatori contraddistinguendoli con nomi e illustrazioni che evocano l'Italia, ma che non hanno nulla di italiano. • Sulle confezioni viene utilizzato il tricolore nazionale, oppure vengono stampate le immagini di luoghi italiani come la Scala di Milano per millantare un Salame Milano, oppure un paesaggio toscano per far credere che quell'olio arrivi dalle campagne toscane. • Si gioca a storpiare i nomi, in modo che quel prodotto, che nulla ha a che fare con l'originale, attraverso il nome, richiami il corrispettivo italiano autentico: il Parmesao in Brasile, il Parmesan negli Usa, in Canada e in Australia, il Regianito in Argentina, il Parmesello in Belgio, il Parmezan in Romania fanno il verso al Parmigiano Reggiano, il Cambozola deve rievocare ai tedeschi il Gorgonzola, mentre lo stesso formaggio ai brasiliani viene presentato con il nome di Timboonzola. SI ACQUISTA IL "FINTO" PERCHÉ COSTA MENO A favorire il "successo" dell'industria del sarebbe anche l'atteggiamento dei limatori: il 70% di questi acquista in modo più o meno consapevole prodotti "~ ;cati perché hanno un prezzo più irdabile dell'originale, ali principali di distribuzione delle merci contraffatte sono due: II commercio via internet: pare che il 30% dei prodotti venduti online sia taroccato; l'abusivismo commerciale: in linea ,.,,, di massima ne sono protagonisti i venditori *";ambulanti extracomunitari. POCHE LE ARMI DI DIFESA L'Italia ha più volte richiesto invano all'Unione europea l'introduzione di una norma che vieti: • l'impiego di nomi storpiati per evocare prodotti del Bel Paese; • l'uso di nomi con richiami geografici espliciti, come per esempio "Parma ham" che induce erroneamente il consumatore a pensare al prosciutto di Parma. Tutte queste denominazioni all'estero sono legali: è legale chiamare un vino Marsala anche se del Marsala autentico non ha nulla, nemmeno vagamente il colore caratteristico; non pone problemi di legge vendere ai messicani o ai canadesi un falso prosciutto San Daniele, perché le normative dell'Italia e dell'Unione europea sono diverse da quelle dell'America o di altri Paesi in materia di protezione delle indicazioni geografiche. • L'Italia e l'Ue, per esempio, riconoscono i marchi Dop e Igp, ovvero i prodotti a denominazione d'origine protetta e quelli con indicazione geografica protetta, nomi per i quali non è autorizzata alcuna traduzione; non succede così negli Usa, dove i nomi e le indicazioni geografiche vengono considerate come semplici descrizioni geografiche e quindi, come tali, non possono venire catalogate come marchi individuali. • L'Italia, invece, non riconosce l'uso di espressioni come "alla maniera di", "tipo", "genere", mentre negli Usa è perfettamente legale il ricorso ad espressioni "type", "style". Da qui i prodotti falsi made in Italy come "Di Napoli pelati italian style", ovvero pomodori pelati alla maniera italiana, anche se poi di italiano nel prodotto non c'è nulla. Di fronte a queste incongruenze, quindi, è difficile combattere. I consigli per evitare fregature Dalla Guardia di Finanza e dall'Unione nazionale consumatori arrivano alcune regole per cercare di difendersi dal rischio di incappare in falsi. • Rivolgersi sempre a distributori autorizzati che, in quanto tali, possono fornire evidenti garanzie sull'origine dei prodotti che mettono in vendita; basta telefonare all'azienda proprietaria del marchio e chiedere l'indirizzo di qualche concessionario in zona. • Fare molta attenzione ai prodotti che si acquistano online o tramite le televendite televisive e ogni qualvolta non è data la possibilità di visionare la mercé prima dell'acquisto. Molto spesso in video si mostra il prodotto autentico, ma poi ne viene consegnato uno finto all'acquirente, dopo che ha effettuato il pagamento. • Valutare bene il rapporto tra il prezzo di mercato della mercé e quello che viene, invece, fatto dal venditore: se c'è troppa differenza, c'è il rischio di incappare in un falso; non illudersi, quindi, di avere fatto un affare. E raro riuscire a comperare un prodotto autentico a un prezzo stracciato, a meno che il venditore non sia un grossista indipendente che compera grossi quantitativi di mercé originale all'estero: in tal caso possono, però, esserci problemi con la garanzia. Controllare sempre le etichette e diffidare delle merci che non hanno indicazione di origine o il marchio Ce. • Essere consapevoli che se in buona fede, e quindi a propria insaputa, si acquista un prodotto contraffatto, rton si ha diritto né alla sua riparazione né alla riduzione di prezzo in quanto si tratta di mercé non conforme. Essere coscienti che se si acquista mercé contraffatta si è passibili di una multa. ANCHE DA NOI SI VENDONO TANTI PASTI "BUFALA" Anche in Italia, tuttavia, ci si può imbattere in menu taroccati. Da una indagine condotta dalla Accademia italiana della cucina in collaborazione con i Nas è emerso che su oltre 500 segnalazioni di falsi culinari, ben 360 riguardano casi avvenuti in Italia. I più colpiti (10%) sono i risotti, per la cui preparazione viene usato riso cinese o nero e panna; la pasta alla Carbonara, per cui si ripiega sul prosciutto cotto o sulla salsiccia .piccante al posto della pancetta; Jle lasagne dove non c'è besciamella, ma ci si accontenta delle sottilette. ATTENZIONE Al PIATTI ITALIANI ALL'ESTERO Non ci si limita a falsificare o imitare i singoli prodotti del made in Italy alimentare; il fenomeno della pirateria in questo settore colpisce anche i menu, ovvero quello che viene spacciato nei ristoranti di mezzo mondo come italiano ma che in realtà non compare né è mai comparso nei menu italiani. Gli esempi sono molteplici. Ecco i casi più eclatanti. Spaghetti alla bolognese Sono un classico di tutti i menu nei ristoranti italiani all'estero; sarebbero degli spaghetti conditi con sugo di pomodori e polpettine di carne, che non esistono nella tradizione gastronomica emiliana. Pizza "Pepperoni" Viene spacciata per italianissima, anche se spesso non presenta peperoni; non è un tipo di pizza tipica italiana, così come non lo è la pizza all'ananas o quella al pollo. Cotoletta alla milanese Si tratta di carne di pollo o di maiale che viene fritta nell'olio di semi; nulla a che vedere con la carne di vitello cotta nel burro, tipica di Milano. Pasta alia Carbonara La si condisce con prosciutto cotto e formaggio grattugiato invece che con il guanciale e il pecorino romano; spesso a questo condimento viene anche aggiunta della panna. Pasta al pesto Lo si prepara con mandorle, noci e pistacchi e con comune formaggio, al posto dei pinoli e del parmigiano reggiano o del pecorino romano. insalata Caprese Al posto della mozzarella di bufala o fiordilatte viene usato un formaggio industriale. Pasta alla Norma Al posto della ricotta salata si usa un comune formaggio. l'intervista

L'ESPERTO «Servono normative più severe contro la pirateria alimentare» Abbiamo posto alcune domande in merito all'agropirateria, cioè i falsi cibi italiani, a Lorenzo Bazzana, responsabile economico Coldiretti, a Roma. Per alcuni settori sono state introdotte regole più restrittive circa l'etichettatura del made in Italy. E per il settore alimentare? Da tempo chiediamo che venga introdotto l'obbligo di apporre sui prodotti alimentare l'etichettatura d'origine: al consumatore non può bastare sapere dove si trova lo stabilimento che produce quella mercé; avrebbe, invece, tutto il diritto di conoscere da dove arriva quel prodotto, che viene venduto per italiano, ma che magari è stato solo confezionato nel nostro Paese. Eppure il discorso dell'etichettatura d'origine non riesce ad andare in porto. Anzi, è un discorso che viene osteggiato da più parti, soprattutto dagli industriali che temono di vedere svilita l'immagine di italianità nel loro prodotto. Hanno paura che un consumatore, leggendo, per esempio, in etichetta, che quella pasta è stata confezionata in Italia, ma che è stata prodotta in un altro Paese con grano estero, possa riscuotere meno consensi rispetto a quel produttore che, invece, fa la pasta con grano italiano. Ci sono anche sul nostro mercato alimenti taroccati, ma spacciati per italiani senza che 11 consumatore se ne accorga? Certamente. Per esempio l'aglio: se arriva in Italia direttamente dalla Cina oppure indirettamente attraverso triangolazioni con altri Paesi e se l'operatore italiano che lo confeziona appone poi un cartellino con la scritta "Made in Italy", il consumatore non ha modo di accorgersi di nulla. I prodotti più a rischio in questo senso sono quelli più elaborati, ossia quelli che hanno subito un processo di trasformazione in cui sono stati utilizzati dei semilavorati. Ne è un caso la passata di pomodoro e le conserve spacciate per italiane ma che tali, praticamente, non sono. Come ci si può tutelare? II consumatore può stare tranquillo con quei prodotti per cui la legge impone l'etichettatura d'origine, quali il latte fresco, la carne bovina, le uova e l'ortofrutta. A patto, però, che anche tutti questi prodotti vengano sottoposti a continui controlli, per evitare la contraffazione delle etichette, ossia dichiarazioni false circa la provenienza di queste merci. Per altri prodotti alcune aziende effettuano delle certificazioni volontarie: scrivono e richiamano con immagini che il prodotto è italiano come, per esempio, accade spesso con la carne di pollo o quella di maiale. In tal caso, pur non essendoci alcun obbligo, l'azienda produttrice si assume la responsabilità di quanto dichiara. È fondamentale che i consumatori imparino a conoscere più in dettaglio le caratteristiche merceologiche: come è fatto il prodotto, quali sono le sue caratteristiche tipiche, se è di stagione. Quali sono i Paesi che producono più falsi alimentari? Non esiste una graduatoria. In generale, questo business è più presente laddove vi è stata una maggiore immigrazione italiana. Spesso la falsificazione del "Made in Italy" è da ricondurre a emigranti italiani di secondaterza generazione che si sono arrabattati a produrre nei loro Paesi prodotti che facevano parte della loro storia e tradizione alimentare d'origine. Questo spiega perché la contraffazione del "Made in Italy" alimentare è più presente in Argentina, Brasile e Stati Uniti. Servizio di Stefania Paruotto.

LE FORZE DELL'ORDINE SONO IN PRIMA LINEA
UN AFFARE MOLTO REDDITIZIO Settore Moda Elettronica Beni di consumo Giocattoli Profumi e cosmesi Alimentari Farmaci Altro Totale Giro d'affari 3,5 miliardi 1,4 miliardi 0,5 miliardi 0,7 miliardi 0,5 miliardi 0,8 miliardi 0,2 miliardi 0,2 miliardi 7,8 miliardi
1 PIÙ IMITATI 18,6 % 1 5 % 1 3 , 1 % 12,2 % 10,2 % 1 0 , 1 % 5,7% 5,4 % 3,1% 6,6% Formaggi Pane e prodotti da forno Carne e insaccati Pasta e riso Vino Olio di oliva Altri prodotti Pizza e preparati per pizza 1 Salse e condimenti Cibi pronti Fonte: elaborazione di Economy su dati he indicod'Nomisma e Cibus, 2008.

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fonte: Viver Sani e Belli
data di creazione: 23/07/2010
data di modifica: 23/07/2010