L'imballaggio è nudo
Si completa così il programma europeo per gli alimentari Il libro
«Materiali destinati al contatto con gli alimenti» di Piergiuseppe Calà e Arturo Sciullo, Chiriotti Editori, 496 pagg. 85,00 euro. Una rassegna completa delle materie prime utilizzate nel packaging dei prodotti alimentari, con le novità degli ultimi anni. Il 27 ottobre 2006 è diventata obbligatoria in tutti gli Stati europei la rintracciabilità per tutti gli imballaggi alimentari. Si tratta di una scadenza importante perché il mondo del packaging coinvolge buona parte delle aziende del settore. Basta pensare al cibo venduto nelle vaschette di polistirolo, alle bottiglie di acqua minerale, ai contenitori del latte e delle bibite, i cartoni della pasta, le pellicole di plastica e i film di alluminio utilizzati per avvolgere salumi e formaggi. Anche frutta e verdura, apparentemente senza imballo, viaggiano in cassette di plastica e di cartone. La norma prevede l'obbligo per le aziende di identificare l'origine e la destinazione di tutti gli ingredienti utilizzati nella confezione (dalle materie prime agli inchiostri, dagli additivi di lavorazione ai semilavorati). Per ogni sostanza occorre conoscere il nome del fornitore, luogo e data di produzione, numero di lotto e avere la documentazione di conformità con i riferimenti legislativi e i documenti di analisi che attestano il rispetto dei requisiti di legge. È anche necessario precisare la categoria e indicare le condizioni di uso (a caldo, a freddo, adatto al contatto con sostanze grasse...). In questo modo l'intera filiera risulta collegata virtualmente ed è possibile in qualsiasi momento fornire informazioni alle autorità sanitarie per effettuare un intervento tempestivo di ritiro. «Ogni azienda utilizzatrice di materiali a contatto con gli alimenti - spiega Dario Dongo, responsabile delle Politiche regolative di Federalimentare - può stabilire autonomamente il sistema di rintracciabilità in grado di individuare i prodotti confezionati con gli imballaggi acquistati. Il regolamento non fissa criteri specifici, per cui è possibile riferirsi a registrazioni semplificate (documentazione contabile, periodi di confezionamento), oppure adottare metodi più evoluti in grado di correlare le singole partite di imballi con i lotti dei prodotti. Le aziende produttrici di vaschette stoviglie, piatti di carta e altri materiali destinati al contatto con gli alimenti per il consumatore finale, devono invece stampare appositi codici sulle etichette». Con questa nuova normativa si completa il programma europeo sulla tracciabilità alimentare. Il progetto è stato avviato dopo la vicenda della Bse (mucca pazza) con il varo di un piano di rintracciabilità destinato agli animali e alle carni bovine, per individuare con precisione tutte le fasi della filiera commerciale. Poi il metodo è stato applicato ad altre specie e ai prodotti di origine animale. Nel 2005 la procedura è stata estesa a tutti i prodotti alimentari compresi i mangimi. Adesso è la volta dell'imballaggio. Lo scopo è permettere nei casi di allerta sanitario di identificare in poco tempo le partite sospette, capire dove sono state distribuite e individuare i soggetti e i punti vendita coinvolti. Il ritiro permette di non penalizzare l'intero settore industriale agricolo coinvolto nell'incidente e di informare tempestivamente il consumatore evitando disastrose ripercussioni per le aziende senza colpe. Il provvedimento assume una certa importanza alla luce degli ultimi episodi di cronaca alimentare, che hanno visto gli imballaggi nello scomodo ruolo di protagonisti. Basta ricordare il caso dell'Itx presente negli inchiostri di contenitori usati per latte e bibite, la questione della cellulosa riciclata nei cartoni per pizza da asporto, il falso allarme per le vaschette di alluminio, le notizie relative al materiale di rivestimento di alcune padelle e pentole antiaderenti. «La legge italiana sugli imballaggi è sicuramente una delle più severe in Europa - precisa Francesca Mostardini della Pack Co e responsabile di una ricerca sulle criticità del packaging presentata a Modena nell'ambito di un convegno tenutosi all'interno di Sicura - tuttavia oggi non esistono leggi specifiche per ogni singolo materiale di confezionamento, e non sono disponibili metodi ufficiali di analisi per tutte le sostanze impiegate nel processo produttivo. Additivi, coadiuvanti di lavorazione e altri componenti che si formano in seguito alla combinazione di più materiali, possono quindi diventare potenziali contaminanti. Per evitare ciò le aziende dovrebbero effettuare una valutazione del rischio sui materiali e sugli oggetti finiti . Solo così è possibile gestire queste lacune che potrebbero diventare in futuro oggetto di interventi legislativi specifici. La maggior parte dei problemi emersi negli ultimi anni - prosegue Mostardini - derivano da componenti come i coadiuvanti di lavorazione e da altre sostanze, che si formano in seguito alla combinazione di più materiali, per i quali non esistono leggi specifiche. In questo modo manca una valutazione del rischio e può succedere che la presenza di una sostanza estranea o ritenuta tossica, autorizzi i tecnici, gli analisti e le autorità a lanciare un allerta alimentare anche quando non è necessario, come è successo nel caso delle vaschette di alluminio pochi mesi fa». Questa sequenza di episodi si giustifica perché il packaging è un settore complesso e poco conosciuto dalle aziende alimentari, che raramente dispongono di esperti nello staff. La situazione porta a una sottovalutazione dei problemi collegati alla cessione di sostanze nocive e alla migrazione di inquinanti da parte dall'imballaggio. Molte aziende che fanno un'accurata selezione delle materie prime e adottano il sistema Haccp, dimenticano le eventuali contaminazioni accidentali causate da collanti, inchiostri di stampa, additivi o altri composti chimici, che si formano in seguito a combinazioni o ai trattamenti a caldo. È necessario cominciare a considerare il packaging alla stregua degli altri ingredienti utilizzati nel ciclo produttivo e usare comportamenti conseguenti anche nell'ambito dei controlli. «Le aziende - precisa Gianluigi Vestrucci della Divisione Food Packaging Materials del Csi di Bollate - dovrebbero pretendere dai fornitori una documentazione specifica relativa ai materiali utilizzati, ispirandosi alla legislazione e alle norme tecniche esistenti (UNI 10851 del febbraio 2000 «Linee guida per la stesura di un capitolato di approvvigionamento relativo a imballaggi primari per alimenti») - pretendendo per le grandezze che lo prevedono i valori di media, lo scarto e le condizioni di misura». Purtroppo non è così perché il mercato è composto da migliaia di piccole aziende il cui lavoro consiste nel modellare e personalizzare carta, polistirolo, cartone, plastica acquistati da fornitori e destinati a essere trasformati in imballaggi. Quando il cartone e la plastica sono modellati, stampati, oppure abbinati ad altri materiali, poche imprese si preoccupano di valutare se l'inchiostro è "compatibile", se il sacchetto resiste alle alte temperature, se la colla può cedere composti nocivi. C'è il forte sospetto che il marchio «per alimenti» stampato sulla plastica o sul cartone, sia presente in virtù delle assicurazioni qualitative date dal fornitore di materia prima, e non in seguito alle verifiche analitiche effettuate dopo la lavorazione con inchiostri o colle, come invece prevede la legge.
Proprietà dell'articolo
| autore: |
roberto lapira
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| fonte: |
Sole Nova
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| data di creazione: |
23/11/2006 |
| data di modifica: |
23/11/2006 |